16 settembre 2026   Notizie

Il Sud cresce più del Nord: tra Pnrr ed economia

Il Sole 24 ore

Floriana Cerniglia - Professore ordinario di Economia Politica - Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Per molto tempo abbiamo raccontato l’Italia con una geografia semplice: un Nord industriale che cresceva ed esportava e un Mezzogiorno fermo, sostenuto dalla spesa pubblica. Oggi questa rappresentazione non basta più. Il Sud cresce più del Nord: nel 2025 il Pil è aumentato dello 0,7% nel Mezzogiorno, dello 0,5% nel Centro Nord. Per il 2026 la Svimez prevede ancora un vantaggio del Sud: +0,8%, contro +0,7%. Tra il 2012 e il 2024 il Pil reale è cresciuto dell’8,5% nel Mezzogiorno e del 5,8% nel Centro Nord. Il divario nei livelli resta enorme: il Pil pro capite meridionale è ancora poco più del 55% di quello del Nord. 

Un vantaggio nei tassi di crescita non significa che il divario sia stato colmato. Non serve quindi una nuova retorica. Una parte del vantaggio meridionale dipende dalla minore esposizione alla domanda internazionale, mentre il Nord industriale ha risentito della crisi dell’industria europea. Ma proprio questa differenza mostra che le gerarchie territoriali non sono immutabili: i cambiamenti nella composizione produttiva, il contesto internazionale e le politiche pubbliche contano. 

Di che cosa è fatta la crescita meridionale? Anzitutto di investimenti: hanno contato gli incentivi edilizi, la chiusura del ciclo 2014-2020 della politica di coesione e lo stimolo del PNRR. Nel 2026 gli investimenti del Piano al Sud dovrebbero raggiungere il picco di 9,3 miliardi; gli investimenti complessivi crescerebbero del 5,8% e quelli in costruzioni del 6,2%, più che nel Centro-Nord. 

Hanno contribuito anche il turismo e i servizi, comprese le attività professionali e scientifiche sostenute dalla nuova progettualità pubblica e privata. Ha reagito anche l’industria: tra il 2021 e il 2024 il suo valore aggiunto è aumentato del 5,7% al Sud, è diminuito del 2,8% nel Centro-Nord. Dal 1980 non si era mai osservato un periodo così lungo di crescita differenziata favorevole al Sud. 

Non è ancora convergenza, ma le politiche pubbliche possono modificare le traiettorie territoriali. È una crescita ancora fragile. Dal 2027, con il ridursi degli interventi del PNRR, investimenti e Pil meridionale potrebbero rallentare. Si aggiunge l’emorragia di giovani, qualificati, che sottrae al Sud capitale umano e capacità produttiva futura. La sfida è trasformare infrastrutture e nuova capacità amministrativa in produzione stabile, buona occupazione e servizi ad alta intensità di conoscenza. Di che cosa è fatta, invece, la debolezza del Nord? Della crisi della manifattura, penalizzata dalla frenata tedesca, dai costi energetici e dalla domanda internazionale. 

I servizi hanno sostenuto Lombardia e Piemonte compensando il calo dell’industria. Il vecchio motore industriale non basta più. Il passaggio dall’industria ai servizi ridisegna la geografia dello sviluppo: i servizi avanzati si concentrano nelle grandi città, dove trovano capitale umano e conoscenza. In Italia questa trasformazione ha premiato soprattutto Milano, mentre molte province industriali hanno perso terreno (si vedano i dati dell’Istituto Tagliacarne sul Sole 24 ore di domenica 6 settembre). 

Il Nord non è più un blocco omogeneo, e il Sud cresce senza avere ancora costruito una rete comparabile di servizi avanzati. Da questa nuova geografia dovrebbe ripartire la politica. La questione territoriale non può riemergere soltanto quando si discute di trasferimenti o autonomia differenziata. Deve tornare nell’agenda nazionale come questione di crescita nazionale: consolidare l’eredità del PNRR, investire in istruzione e nella sanità in tutto il Paese, promuovere i servizi ad alta intensità di conoscenza, collegare città medie e sistemi produttivi, trasformare gli investimenti meridionali in buona occupazione e accompagnare la riconversione industriale del Nord. Coesione e competitività sono parti della stessa strategia. 

Ma la discussione non si ferma ai confini nazionali. Il declino italiano si colloca dentro un più ampio declino europeo: minore produttività, ritardo tecnologico e investimenti insufficienti rispetto a Stati Uniti e Asia. L’Italia amplifica queste debolezze e non possiede da sola la scala necessaria a invertire la rotta. Next Generation EU ha mostrato che un’altra risposta è possibile. La ripartenza del Nord e del Sud, e quindi dell’Italia, si gioca anche sul destino dell’Europa.

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Il futuro del Sud è inscritto nel futuro d’Italia e d’EuropaLo sviluppo del Mezzogiorno e il superamento definitivo della questione meridionale è oggi più che mai interesse di tutta l’Italia.
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