Il futuro non è scritto in un algoritmo
Il Mattino
L’intelligenza artificiale non è più una promessa tecnologica: è l’infrastruttura immateriale che riorganizza economia, geopolitica e persino il nostro modo di pensare. Siamo entrati nella fase degli agenti autonomi, sistemi capaci non solo di generare contenuti, ma di pianificare, decidere e agire con una minima supervisione da parte umana. Dietro di loro, una competizione globale senza precedenti: gli Stati Uniti mantengono la leadership nei modelli di frontiera, la Cina spinge sull’indipendenza dei semiconduttori, l’Europa arranca tentando di costruire una terza via.
Nel frattempo, i lavoratori si chiedono se l’intelligenza artificiale amplificherà o sostituirà le loro competenze, con un timore sempre più diffuso per la perdita secca di posti di lavoro. Intanto, i dati continuano a essere la nuova materia prima di un capitalismo cognitivo opaco, fatto di Big Tech oligopolistiche, ma anche di processi decentrati di formazione della conoscenza e di un protagonismo inedito di imprese innovative di minori dimensioni. È in questo scenario di accelerazione vertiginosa che Papa Leone XIV ha presentato la sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.
Firmato il 15 maggio, 135 anni esatti dopo la “Rerum Novarum” di Leone XIII, il documento non nasconde la sua ambizione: porsi come la bussola morale della rivoluzione digitale, esattamente come l’enciclica del 1891 lo fu per la questione sociale e il lavoro. Il paragone tra le due encicliche è illuminante.
Entrambe sono nate per rispondere alle res novae, le novità del loro tempo. Entrambe si misurano con una tecnologia di valore epocale, capace, secondo la formula di Schumpeter, di una eccezionale “distruzione creatrice”: la macchina a vapore e il macchinismo industriale dell’Ottocento rispetto alle piattaforme di intelligenza artificiale attuali. Entrambe sostengono la preminenza del lavoro umano sulle logiche di puro profitto. Entrambe denunciano la concentrazione del potere: allora nell’accumulazione produttiva, oggi negli oligopoli tecnologici. Tuttavia, le differenze sono profonde e rivelatrici.
La “Rerum Novarum” affrontava una situazione materiale e un malessere concreto: salari, orari, condizioni di fabbrica, diritto di associazione.
La “Magnifica Humanitas” si confronta con una crisi esistenziale e un profondo mutamento dei processi cognitivi: l’algoritmo che decide chi merita un prestito o un lavoro, la simulazione della relazione umana da parte di un chatbot, la chimera transumanista di superare il limite biologico. Leone XIII parlava ai padroni delle ferriere, Leone XIV parla ai signori degli algoritmi.
E lo fa con un linguaggio inedito: rivolge una critica profonda alle pratiche di dominio e introduce il concetto di “disarmare l’IA”, proponendo di non rinunciarvi, ma di sottrarla alla logica di un antagonismo estremo, militare, economico e cognitivo. Rifugge dalla visione della “guerra giusta”, che è tornata ad alimentare uno scenario di vasti conflitti, e riconosce senza attenuanti il ritardo storico della condanna della schiavitù, trasformando quel ricordo in un monito sulle nuove forme di subordinazione digitale.
L’enciclica arriva in un momento in cui la tecnologia sta compiendo un salto ulteriore. Se l’intelligenza artificiale agentica preoccupa per la sua capacità di operare autonomamente, l’orizzonte ora si sposta verso il quantum computing. Il binomio tra IA e calcolo quantistico promette tre rivoluzioni complementari. La possibilità di trattare un’enorme mole di dati contemporaneamente, varcando i limiti degli attuali modelli basati su bit classici. Una velocità di calcolo inaudita, che apre fronti prima inimmaginabili per scoperte scientifiche in biologia, medicina, chimica e fisica – ma anche in altri campi – dove i qubit (e domani i qudit) esploreranno soluzioni in parallelo, che con i supercomputer tradizionali potrebbero richiedere centinaia di anni.
La prospettiva di un risparmio energetico netto, perché il passaggio dalla logica binaria a quella quantistica può ridurre drasticamente il consumo per operazione, affrontando uno dei problemi più urgenti dei data centers dell’intelligenza artificiale odierna. Non c’è però nulla di deterministico in questa evoluzione. Come afferma “Magnifica Humanitas”, la tecnologia non è neutrale: incorpora i valori di chi la progetta, la finanzia, la governa. Perciò il discernimento umano rimane irrinunciabile. L’IA quantistica potrà amplificare la sorveglianza di massa o accelerare la cura del cancro, potrà concentrare il potere in poche mani o democratizzare l’accesso alla conoscenza. La differenza sta nella consapevolezza che l’essere umano deve restare al centro: non come padrone che soggioga, ma come soggetto relazionale che usa l’innovazione per espandere le proprie facoltà, senza ridursi a dato, profilo, ingranaggio.
L’enciclica, che si muove in un quadro di idee moderno e niente affatto “luddistico”, ci consegna una domanda che vale per la quantistica come per gli agenti autonomi: stiamo costruendo strumenti che aiutano l’uomo a progredire o sistemi che lo abituano a pensarsi come qualcosa da superare, quasi un reperto della storia? La risposta non è scritta negli algoritmi, ma nelle scelte – politiche, etiche, culturali ed economiche – che si stanno compiendo oggi.
E mentre la corsa tecnologica aumenta il passo, va ricordata una verità semplice e radicale: la magnificenza dell’essere umano non sta nella sua potenza di calcolo, ma nella sua capacità di percepire, valutare, emozionarsi, sbagliare e ricominciare. Nella sua natura singolare e irripetibile, in grado di tenere insieme memoria e speranza, ragione e coscienza. Nessun qubit e, nel prossimo futuro, nessun androide o replicante riuscirà agevolmente a sostituire tutto questo.




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