26 marzo 2026   Notizie

EX ILVA | Le “mine vaganti” davanti a Flacks Group e Jindal

Il sussidiario

Resta ancora incerto il futuro dell'ex Ilva di Taranto, nonostante sembra esserci un altro acquirente interessato

Alla fine di febbraio i giudici del tribunale di Milano, dopo aver accolto l’istanza per “pericoli ambientali”, hanno disposto la sospensione delle attività produttive dell’ex Ilva, dal 24 agosto, se non verrà adeguata l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) rilasciata dal Ministero nell’agosto del 2025. I giudici contestano che nell’Aia non è previsto un termine massimo entro il quale devono essere realizzati gli interventi sulla tutela della salute e su quelli ambientali.

La sentenza del tribunale di Milano, dove ha sede legale la società, nasce a seguito del ricorso di undici cittadini dell’associazione Genitori Tarantini che avevano chiesto la cessazione dell’attività dell’area a caldo. La recente ordinanza definita “rischio sanitario residuo non accettabile” verrà facilmente impugnata non solo dai Commissari dell’azienda, ma anche da coloro che hanno fatto ricorso in quanto, come affermano quest’ultimi, la chiusura del siderurgico di Taranto doveva essere immediata e non procrastinata ad agosto, per i correnti rischi alla salute.

L’attuale Aia, messa a punto e approvata all’unanimità da un gruppo tecnico composto anche dai Comuni di Taranto, Statte, dalla Provincia di Taranto e dalla Regione Puglia, e successivamente avversata dagli stessi enti locali, permette all’azienda di produrre fino a un massimo di sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Inoltre, senza l’utilizzo di uno dei tre forni, perché sequestrato dal Gip di Taranto, sarà possibile avere una capacità produttiva di quattro milioni, ma solo dopo che saranno terminati i lavori di manutenzione del forno 4 attualmente in fermata.

La decisione del Tribunale di Milano, come dichiarato dal Ministro Urso, da Confindustria di Taranto e dai sindacati, ha un impatto sulla continuità produttiva, sull’occupazione che deve essere garantita in questa fase transitoria, ma anche sull’erogazione del prestito ponte di 390 milioni di euro, approvato dalla Commissione europea per consentire alla proprietà, in Amministrazione straordinaria, di continuare a pagare gli stipendi e i fornitori per un periodo massimo di sei mesi e a patto che venga, al più presto, firmato il contratto di vendita.

Ma se l’ipotetico acquirente, il fondo americano Flacks, alla luce della sentenza dovesse tirarsi indietro, questo finanziamento non arriverebbe più, mettendo in discussione la tenuta dell’ex Ilva e la conseguente sua chiusura. Gruppo che, come affermato dal ministro, era già fortemente indebolito dalla precedente gestione di Arcelor Mittal, a causa della fermata di due forni per la mancata manutenzione (e il terzo con meno di una settimana di autonomia) e della mala gestione, costringendo gli attuali commissari a presentare alla vecchia proprietà indiana una richiesta di risarcimento di sette miliardi di euro.

Nei giorni scorsi durante l’informativa al Senato del ministro Urso sul futuro dell’ex Ilva è arrivata ai Commissari, da parte del gruppo indiano Jindal, “una manifestazione di interesse per l’intero plesso siderurgico italiano con un piano industriale ambizioso garantendo il processo di piena decarbonizzazione” proposta che dovrà essere confrontata con quella del gruppo americano Flacks, con il quale è in corso un negoziato diretto ed esclusivo con il Governo italiano.

La discesa in campo della società indiana, primario operatore mondiale, apre una nuova fase della trattativa, perché i negoziati devono concludersi entro la fine di aprile, quando l’impianto, se non ci saranno ulteriori interventi della magistratura, dovrebbe essere in grado di produrre 4 milioni di tonnellate di acciaio come previsto nel piano di manutenzione e di rilancio.

Dal mese di gennaio è in corso la trattativa con il gruppo finanziario statunitense Flacks con il quale i Commissari hanno un mandato preciso per la negoziazione dettato dal decreto del ministro, con i tre requisiti indispensabili: “la disponibilità a cedere alcune aree a Taranto e a Genova, non più utilizzate per la produzione siderurgica, al fine di collocarvi progetti di reindustrializzazione che sono già in campo, la presenza nella compagine azionaria dell’offerente di uno o più soggetti industriali del settore siderurgico e i requisiti di sostenibilità finanziaria dell’operazione nel tempo”. Sapendo inoltre, che chiunque sarà il futuro proprietario dell’ex Ilva, il Governo ricorrerà al golden power.

Negli ultimi mesi, durante le operazioni di manutenzione, sono purtroppo deceduti due lavoratori nello stabilimento di Taranto, episodi che richiedono misure rapide e concrete nella gestione della sicurezza e nella prevenzione del rischio, denunciano le organizzazioni sindacali.

I sindacati sono anche preoccupati per il futuro dei circa 20.000 lavoratori tra azienda e indotto. Dopo due anni di tentativi falliti di vendita della società, la situazione di incertezza continua a pesare sul clima interno e sulla capacità di programmare investimenti sulla sicurezza, sul processo di decarbonizzazione e sulla transizione industriale. Per questo, come affermano i metalmeccanici della Cisl, “una possibile strada potrebbe essere quella di una presenza pubblica più significativa capace di garantire stabilità e prospettive industriali coinvolgendo partner industriali e finanziari con l’obiettivo di tutelare l’occupazione (compresi i 1.500 lavoratori Ilva in Amministrazione controllata) e la realizzazione di un vero piano di decarbonizzazione”.

In questa ottica è anche la svolta di Federmeccanica che per la prima volta afferma “che il rilancio dell’ex Ilva non può prescindere, in questa fase, da una presenza dello Stato come azionista di maggioranza”.

Purtroppo, bisogna ricordare per l’ennesima volta che il fallimento delle operazioni per il rilancio del più grande impianto siderurgico integrato d’Europa è stato determinato dalle troppe incognite e intralci ancora presenti a Taranto, dalle amministrazioni locali che sono contrari alla nave rigassificatrice per alimentare i futuri forni elettrici, dall’intervento continuo della magistratura, dagli ambientalisti e dal partito della decrescita felice. Per questo è d’obbligo la consueta e giusta domanda: “Chi se la sente di investire in questo Paese quando si è di fronte a tante mine vaganti”?

Chissà se al prossimo incontro convocato alla presidenza del Consiglio per la fine di marzo, avremo risposte compiute alle preoccupazioni dei cittadini e dei lavoratori interessati.

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