5 domande a…Claudio De Vincenti
Comunità di connessioni
Professore ordinario di Economia Politica all’Università di Roma La Sapienza (in quiescenza), Senior Fellow presso il LUISS Research Center for European Analysis and Policy. E’ stato Viceministro dello Sviluppo Economico, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno.
Tra le sue ultime pubblicazioni di teoria della politica economica si segnala Per un governo che ami il mercato. Una certa idea di intervento pubblico, Bologna, il Mulino, 2024.
Professor De Vincenti, nel corso della sua vita lavorativa lei ha sempre cercato di coniugare sviluppo economico e sostenibilità sociale, come è nato e si è evoluto il suo impegno personale nella tutela del bene comune? Quali sono state le figure politiche o intellettuali che più l’hanno ispirata in questo percorso?
Parliamo di vecchi ricordi ma sempre molto vivi! All’inizio ha contato la mia formazione cattolica, con l’attenzione – anche fattiva – verso quanti vivevano nelle borgate romane, quelle degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, immortalate dai film di Pier Paolo Pasolini. Vennero poi gli anni universitari, il turbolento e contraddittorio ’68, e soprattutto le lotte operaie dell’Autunno Caldo del 1969. Cominciò così la ricerca di un mio rapporto col movimento operaio, fino all’adesione al Partito Comunista Italiano nel ‘72, seguita da un impegno, a un tempo appassionato e critico, che ha segnato profondamente la mia vita. Sta di fatto però – tornando un attimo indietro – che quando, dopo l’esame di maturità, dovetti scegliere la facoltà universitaria cui iscrivermi mi orientai – pur con molti dubbi – verso lo studio dell’economia: la motivazione di fondo – che mi consentì di superare via via i dubbi e scoprire la bellezza della disciplina cui ho poi dedicato la mia vita professionale – era la speranza che studiando economia avrei potuto contribuire a cercare soluzioni per i problemi – povertà, arretratezza, disoccupazione, diseguaglianze – che limitavano e limitano la possibilità per tanti di realizzare la propria vita. E qui vengo alle figure che hanno maggiormente segnato il mio percorso intellettuale: dal punto di vista dello studio dell’economia, Claudio Napoleoni, capace di far interagire il pensiero dei grandi economisti classici come Smith, Ricardo, Marx, con gli sviluppi della teoria economica a lui contemporanea, dalla teoria neoclassica a Keynes e alle elaborazioni successive; dal punto di vista del pensiero politico, Franco Rodano, che mi ha insegnato il senso della complessità della storia, della responsabilità delle scelte che la politica è chiamata a fare, della esigenza di un approccio laico alla politica, che mantenga vigile lo spirito critico verso le acquisizioni che di volta in volta raggiungiamo e mantenga vigile il dubbio verso qualsiasi certezza di natura ideologica o anche religiosa. Poi naturalmente la vita è andata avanti, e lo ha fatto come spesso accade per strade non previste, ma le radici ora richiamate hanno contato, molto.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un forte ritorno delle politiche industriali sia a livello europeo che nazionale. In un contesto segnato dalla transizione energetica, dalle tensioni geopolitiche e dalla competizione tecnologica con Stati Uniti e Cina, quale equilibrio europeo ritiene si debba costruire tra intervento pubblico, mercato e autonomia strategica?
Credo che dobbiamo fare tesoro del ricco dibattito di teoria e di politica economica seguito alla crisi dell’intervento pubblico di fine anni Settanta, quando le politiche keynesiane si scontrarono con l’instabilità macroeconomica e le politiche industriali dirigiste – nel senso di una “rimozione” delle possibili risposte del mercato e dei soggetti che vi operano – si scontrarono con il diffondersi di comportamenti inefficienti e assistenziali. Il fatto è che dopo la reazione antinterventista che ha segnato la teoria economica negli anni Settanta e Ottanta (monetarismo e neoliberismo), gli economisti di ispirazione keynesiana hanno elaborato sia sul versante della microeconomia che su quello della macroeconomia un complesso di analisi molto più avvertite della complessità delle reazioni del mercato alle misure di politica economica e hanno fornito strumenti importanti di governo dell’economia. Il compito che abbiamo oggi di fronte è quello di costruire un intervento pubblico che sappia dare certezze agli operatori – fornendo l’ancoraggio necessario alle loro scelte – e sappia interagire con essi orientandoli (non forzandoli velleitariamente) verso risultati di interesse generale – fornendo il timone necessario a tenere la rotta tra le onde e le correnti che percorrono il mercato. La stessa questione dell’autonomia strategica passa per questo approccio di politica industriale: all’intervento pubblico il compito di disegnare le scelte in materia di infrastrutture, incentivi all’innovazione, relazioni commerciali internazionali, necessarie a dare corpo reale all’autonomia strategica europea; alle imprese muoversi all’interno di questo contesto, costruendo la propria strategia di mercato in chiave di innovazione, crescita produttiva, qualità occupazionale.
Nel corso della sua esperienza istituzionale si è occupato di sviluppo industriale e gestione delle crisi aziendali. In una fase di profonda trasformazione economica e tecnologica, come quella attuale, quali strumenti servono davvero per accompagnare imprese e lavoratori senza rallentare l’innovazione?
Io credo che la politica industriale debba basarsi su una precondizione e vada strutturata in diversi tasselli. La precondizione è un sistema di regole di mercato pro-concorrenziali, che consentano a ognuno di giocare la propria partita senza che altri possano prevaricarlo: l’eredità della fase della politica europea orientata alle liberalizzazioni e alla riforma della regolazione dei mercati è un’eredità positiva, appunto la precondizione necessaria, anche se non sufficiente, per una politica industriale all’altezza dei problemi. I tasselli principali che devono comporre quest’ultima sono a loro volta: il disegno delle reti infrastrutturali europee e il ricorso in varie forme al partenariato pubblico-privato come leva per coinvolgere nella realizzazione degli investimenti necessari le capacità realizzative e finanziarie delle imprese; il disegno degli strumenti di incentivazione, in modo che valorizzino – invece di assopire – la capacità di innovazione delle imprese, come incentivi automatici (sull’esempio di Industria 4.0) o anche incentivi discrezionali ma gestiti da soggetti pubblici aventi capacità tecniche e autonomia decisionale (sull’esempio di InvestEU); la partecipazione pubblica nel capitale d’impresa, dove il potere di indirizzo dell’azionista pubblico sia rispettoso dell’autonomia imprenditoriale del management, condizione imprescindibile se si vuole che le imprese partecipate sappiano essere protagoniste del mercato e ottenere risultati produttivi e occupazionale duraturi.
Lei ha spesso sostenuto che la questione meridionale non sia un problema locale, ma una grande questione nazionale ed europea. Perché, a suo avviso, il divario territoriale continua a rappresentare uno dei principali limiti allo sviluppo del Paese e dell’integrazione europea?
Perché l’Italia e l’Europa hanno bisogno di valorizzare tutte le energie lavorative, imprenditoriali, sociali presenti al loro interno e questo è possibile solo se tutte le aree del Continente forniscono terreno fertile per sostenere queste capacità. Il Mezzogiorno d’Italia ha potenzialità importanti in termini di risorse umane e imprenditoriali, come in fondo segnala lo stesso fenomeno dell’emigrazione giovanile che lo sta oggi impoverendo: mettere a frutto quelle potenzialità, fare crescere il tessuto imprenditoriale, consentire ai giovani meridionali di trovare nella loro terra motivi di realizzazione e di crescita, è condizione essenziale affinché tutto il nostro Paese possa ritrovare la strada dello sviluppo.
In un tempo segnato da sfiducia e crescente distanza dalla partecipazione pubblica, molti giovani fanno fatica a immaginare il proprio futuro anche come impegno collettivo. Cosa significa oggi, secondo lei, “mettersi in gioco”? E quali condizioni servono affinché le nuove generazioni tornino a sentirsi parte di un progetto comune?
Vedo che ha mantenuto per ultima la domanda più difficile! Particolarmente difficile soprattutto per me, che ho vissuto la mia giovinezza in un quadro di problematiche economiche e sociali tanto lontane dalle attuali e mi sono formato in un contesto politico e culturale tanto diverso. E davvero sarebbe presuntuoso da parte mia fornire ai giovani di oggi ricette per il loro impegno sociale e politico. Forse solo una labile ma spero non inutile traccia: guardare ognuno dentro di sé per ricavarne – al di là delle brutture e delle tragedie cui stiamo assistendo – la convinzione della bontà di fondo del genere umano, nella consapevolezza laica che il bene comune è il frutto della fatica quotidiana di ognuno di noi nel cercare, per sé e per gli altri, soluzioni progressive – non illusioni regressive – ai problemi con cui ci confrontiamo. E credo che il primo compito di una politica che voglia far sentire le nuove generazioni parte di un progetto comune sia proprio trasmettere questa consapevolezza, ossia, per citare una bella canzone, che “la storia siamo noi”!
L’intervista originale sul sito Comunità di Connessioni






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