23 ottobre 2026   Notizie

Mezzogiorno, la crescita passa per il Mediterraneo

Il Mattino

Amedeo Lepore - Professore ordinario di Storia Economica - Università della Campania Luigi Vanvitelli

Il Mediterraneo torna al centro dei processi della geoeconomia mondiale e Napoli, piattaforma naturale tra Europa, Mediterraneo e Sud globale, è chiamata a essere protagonista di nuove connessioni strategiche. Il Forum sui continenti del futuro e sulle opportunità di questo ampio mare arriva mentre il Mezzogiorno vive una stagione di rilancio reale, che non va però confusa con una svolta già compiuta, anche per le incertezze e i conflitti che oscurano l’orizzonte. I numeri, innanzitutto. Al Sud, tra il 2021 e il 2024, l’occupazione è salita dell’8% e il Pil dell’8,5% (contro il 5,8% del Centro-Nord). 

Inoltre, le previsioni della Svimez di luglio indicano per l’anno in corso una crescita dello 0,8% (rispetto allo 0,7% del resto del Paese): è il quinto anno consecutivo in cui il Mezzogiorno non resta indietro. La Campania, secondo la Banca d’Italia, ha chiuso il 2025 con un incremento del prodotto stimato allo 0,9%, sopra la media nazionale e meridionale, e con un’economia ancora in ascesa (grazie ai settori ad alta tecnologia, come il farmaceutico e l’aerospaziale), un forte sviluppo turistico, una maggiore occupazione, un’espansione dei servizi e delle attività portuali. 

L’industria meridionale ha tenuto meglio di quella settentrionale, con la manifattura in aumento del 13,6%, sempre tra il 2021 e il 2024, trainata da agroalimentare e filiera dell’edilizia. Il motore, però, è in gran parte pubblico. Nel 2026 gli investimenti del Pnrr nel Mezzogiorno toccano il picco di 9,3 miliardi e i Comuni meridionali hanno raddoppiato gli investimenti, da 4,2 a 8 miliardi tra il 2022 e il 2025. Dal 2027 inizierà il décalage e le previsioni sono che il Sud (+0,4%) torni a crescere un po’ meno del Centro-Nord (+0,5%). Restano nodi irrisolti: nel triennio 2022- 2024 hanno lasciato il Sud 175 mila giovani, la frammentazione delle imprese è tangibile, i salari reali sono ancora sotto i livelli del 2021 e, in Campania, si registra una contrazione dei prestiti bancari alle Pmi, mentre l’automotive continua a perdere produzione. Il Sud cresce, ma non trattiene i suoi giovani. C’è, tuttavia, un elemento nuovo. 

Il Pnrr lascerà una “legacy buona”: più capitale per addetto, maggiore produttività nei servizi e tempi di attuazione delle opere ridotti e riallineati tra le aree del Paese. Non è un salto di scala, ma può evitare che la fine delle risorse straordinarie riapra la forbice. Può, non è detto. La questione centrale viene dopo. Nel dopoguerra la risposta fu quella – da me definita con un apparente ossimoro – del “keynesismo dell’offerta”. Nel Mezzogiorno, come affermava Pasquale Saraceno, il sostegno alla domanda avrebbe prodotto inflazione, non investimenti; occorreva agire sulla formazione del capitale. Fu l’unica fase della storia unitaria in cui il Sud crebbe più stabilmente del Centro-Nord. 

Oggi non si tratta di riproporre la Cassa per il Mezzogiorno, ma di rinnovarne il metodo: una politica nazionale dell’offerta, selettiva, che leghi incentivi a occupazione durevole e capitale umano; una Zes unica orientata su filiere e poli prioritari, dai principali porti meridionali ai nodi logistici e alle produzioni avanzate; una capacità amministrativa sempre più all’altezza dei problemi, non bastando disporre di finanziamenti; il passaggio da un’innovazione adattiva a una ricerca proprietaria, per accorciare la distanza dalla frontiera tecnologica. Perciò, occorre generare, prima che l’impulso pubblico si esaurisca, una capacità di accumulazione che regga da sola. In questo ambito entra il Mediterraneo. 

L’Italia è prima nell’area euro-mediterranea per trasporto marittimo a corto raggio; i corridoi di approvvigionamento, il Piano Mattei e il Global Gateway europeo disegnano una piattaforma logistica, energetica e digitale in cui il Sud può essere protagonista e non retrovia. Ma una posizione geografica non è una strategia: i porti vanno collegati alle retroaree produttive; le regole europee non devono rischiare di favorire i concorrenti della sponda sud; gli annunci devono tradursi in investimenti effettivi. Lo sguardo va rivolto oltre i confini della vecchia “questione meridionale”. 

Giuseppe Galasso parlava di un “problema aperto”: non più l’anomalia di un’area arretrata, ma una questione nazionale ed europea, che gli studi di lungo periodo sul divario invitano a leggere dentro le dinamiche della globalizzazione. Il dualismo territoriale non è solo italiano; la concentrazione di reddito e competenze nelle metropoli attraversa tutte le economie progredite. 

E il Mezzogiorno non può risolverlo da solo, né chiudersi in un “sudismo” speculare al vecchio separatismo del Nord: la sua crescita trae origine dall’interdipendenza con il resto del Paese e con l’Europa, come intuirono i neomeridionalisti, europeisti fin dal Trattato di Roma. In questa chiave va letta anche l’opinione espressa da Paul Krugman alla Federico II. Ha ragione sul punto di fondo: non si ricostruisce la fabbrica fordista del Novecento e Napoli, con più sicurezza, più turismo e un’università di prim’ordine, ha il ruolo di una “amenity city” attrattiva, in grado di intercettare i nuovi flussi di sviluppo. 

Ma la qualità della vita, insieme a manutenzione urbana e gestione ordinaria, è una condizione abilitante, non una base produttiva. Una città gradevole senza un tessuto di imprese, filiere e lavoro qualificato rischia di diventare una vetrina, con servizi a bassa produttività e giovani che continuano a partire. Occorre valutare il dato strutturale, che dipende dalla politica economica generale: dimensione delle imprese, capacità innovativa, tempi delle procedure e livello degli investimenti. L’attrattività è la cornice, l’accumulazione di capitale produttivo resta il quadro. 

Il Forum può contribuire a delineare queste prospettive. Il Mediterraneo è un’occasione per un Mezzogiorno che trasformi la spinta del Pnrr in crescita autonoma e prolungata e per un’Italia che torni a considerare il Sud non un costo da gestire, ma il perno della propria strategia europea e di una cooperazione euro-mediterranea, di cui Napoli può essere capitale.

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