I Comuni non vogliono fare rete per continuare a spartirsi le poltrone
II prof. Coco (UniBa) esprime perplessità sui «numeri»
Per Giuseppe Coco, professore di Economia Politica di UniBari, il nanismo delle pseudomunicipalizzate pugliesi si spiega con due parole: poltrone e cultura. L'accademico, però, è un po' perplesso circa le «cifre» riportate nel Defr 2027-2029 della Regione Puglia, lì dove si sostiene che in Lombardia le imprese pubbliche locali erogano 25,2 miliardi di euro, in Emilia Romagna 9,2 miliardi, in Veneto 7,4 miliardi, in Campania 2,5 miliardi e in Puglia 549 milioni di euro. «Anche soltanto prendendo a riferimento regioni, come Emilia Romagna e Veneto, più comparabili alla Puglia per abitanti e, entro certi limiti, per i consumi, si tratterebbe di una differenza abnorme», sottolinea.
E aggiunge: «Questa spesa è classificata come pubblica ma non è spesa pubblica, la gran parte della spesa delle municipalizzate è spesa che deriva da tariffe e qui per un tipo particolare di soggetti che loro considerano imprese pubbliche locali». Attesa questa «distorsione», chiarisce che «la municipalizzata è un'azienda di proprietà, in tutto o in parte, di un Comune e in questo documento l'impresa pubblica locale corrisponde a una definizione diversa di municipalizzata, è una impresa che ha una proprietà pubblica anche se è una società per azioni».
Ciò detto, il prof. Coco condivide che, nei fatti, la Puglia è all'anno zero dell'evoluzione verso società multiservizi avanzate: «In Puglia dice non abbiamo sviluppato una dimensione industriale nei principali settori dei servizi di pubblica utilità. Però devo dirle che ci abbiamo provato in tutte le maniere. Nell'idrico, per esempio, c'è una legge degli anni '90, Legge Galli, che stabilisce che i Comuni devono accorpare le loro gestioni in ambiti territoriali ottimali con dei parametri tecnici. Se non hai almeno 100mila clienti, devi accorparti con i Comuni circostanti. Ma non lo fa nessuno. Ogni volta che si tenta di farlo in maniera autoritativa, i Comuni gridano all'esproprio».
Ma atteso che piccolo non è vero che è sempre bello... «No, nel caso di una gestione di un servizio che ha un carattere industriale come questo, no». Allora perché la Puglia, che si picca di essere un Sud evoluto, non riesce a svilupparsi in questo ambito? «E un'incapacità della politica di fare cose complesse. Quando devi immaginare una struttura societaria con altri Comuni, devi rinunciare a un potere autonomo di nominare un amministratore delegato, un direttore generale, alcune posizioni di lavoro che controlli solo tu e che, invece, in una dimensione industriale non controlli più. Queste gestioni, poi, diventano più efficienti anche tagliando posti di lavoro».
Tagliando posti inutili? «Sì. Per esempio, in un'impresa grande l'amministrazione è centralizzata. Per una struttura piccola la gestione costa di più e si fanno meno investimenti. Poi c'è la questione delle nomine. I Comuni di media dimensione non hanno alcuna voglia di accorparsi. Fare un concorso per ingegneri non porta potere, perché lì arriverà uno che ha un titolo. Porta potere fare un concorso generico, per diplomati, in cui la possibilità della politica conta di più». I ras locali sono il freno a mano dello sviluppo? «In parte sì, ma c'è anche la incapacità di fare queste operazioni. Alcuni sindaci di piccoli Comuni non hanno la cultura di pensare a una fusione».





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