Governare la globalizzazione: la vera sfida
Mattino
La globalizzazione non è finita, sta cambiando forma. È questa la conclusione che emerge dal World Trade Report 2026 dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), un rapporto che descrive il sistema commerciale internazionale come giunto a un passaggio decisivo. Paradossalmente, molte delle tensioni che oggi attraversano il commercio globale non derivano dal fallimento della globalizzazione, ma dal suo successo. Negli ultimi trent’anni, il mondo è diventato più aperto, integrato e interdipendente. Il commercio globale è di circa cinquanta volte maggiore rispetto all’epoca del GATT (1947), mentre la quota dei Paesi a reddito basso e medio sulle esportazioni mondiali di merci è salita dal 23% del 1995 al 45% del 2024.
Nello stesso periodo, il reddito pro capite nelle economie emergenti è all’incirca triplicato e la povertà estrema è scesa dal 40% al 10% a livello mondiale, in un periodo in cui il commercio internazionale ha contribuito in modo significativo alla convergenza dei redditi. Naturalmente, è solo una parte del fenomeno, che ha coinciso, per un lungo periodo iniziale, con le politiche neoliberiste, rivelatesi inadeguate a realizzare uno sviluppo strutturale e ad affrontare le crisi economiche. Il WTO, con tutti i suoi limiti, resta l’ossatura giuridica dell’economia globale. I suoi 166 membri coprono il 98% del commercio mondiale e circa il 72% degli scambi di merci avviene ancora secondo le regole della “nazione più favorita”, cioè senza discriminazioni tariffarie tra partner commerciali. L’adesione all’Organizzazione è stata associata a un incremento medio del 140% del commercio tra i suoi membri e ha facilitato riforme che, in diversi casi, hanno accelerato la crescita economica. Eppure, proprio il successo dell’integrazione internazionale ha generato nuove frizioni.
Il rapporto individua quattro trasformazioni che hanno messo sotto pressione il sistema multilaterale. La prima riguarda la redistribuzione del potere economico. Le regole negoziate negli anni Novanta riflettono un mondo dominato da poche economie avanzate, mentre oggi il peso commerciale è molto più diffuso. La seconda concerne il ritorno dello Stato nell’economia: politiche industriali e interventi pubblici sono riapparsi al centro delle strategie di sviluppo e di sicurezza economica. Le discussioni su questi temi all’interno del WTO sono aumentate di dieci volte rispetto a venticinque anni fa. La terza si riferisce alle caratteristiche stesse degli scambi. Le catene globali del valore rappresentano, ormai, quasi la metà del commercio mondiale (il 46% nel 2024); i servizi valgono il 27,6% degli scambi complessivi e quelli erogati digitalmente costituiscono già il 55% delle esportazioni mondiali di servizi. Intelligenza artificiale, cloud, dati e piattaforme digitali spostano il baricentro del commercio dalle merci alle informazioni.
La quarta riguarda la geopolitica. Le tensioni internazionali, le preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la corsa alle tecnologie strategiche stanno modificando la geografia dei traffici. Il commercio tra Stati Uniti e Cina registra una contrazione, specialmente rispetto agli scambi che ciascuno dei due Paesi intrattiene con il resto del mondo. Infatti, oltre 165 miliardi di dollari di flussi commerciali si sono già spostati fuori dall’asse Washington-Pechino.
Il commercio non scompare: si riorienta. È qui che emerge la nuova natura della globalizzazione. Non una deglobalizzazione, ma una globalizzazione più selettiva, tecnologica e geopolitica, ponderata per il rischio. Le imprese commerciano ancora su scala globale, non seguendo unicamente i prezzi di mercato, ma incorporando in ogni filiera anche un premio per la vulnerabilità geopolitica. Mercati, fornitori e investimenti esteri vengono individuati con crescente attenzione ai rischi politici, alla sicurezza delle catene di approvvigionamento, all’accesso ai materiali rari e alle tecnologie critiche. Il WTO ha provato a misurare il costo delle diverse strategie possibili da qui al 2050.
Se il mondo si frammentasse in aree geopolitiche antitetiche, il PIL globale diminuirebbe del 5,1% e le esportazioni del 18,6%. In uno scenario dominato da accordi bilaterali e regionali, senza un vero quadro multilaterale, le perdite salirebbero rispettivamente al 6,9% e al 26,9%. I più penalizzati sarebbero i Paesi meno sviluppati, che potrebbero perdere fino al 16,5% del PIL. Al contrario, un rafforzamento della cooperazione multilaterale porterebbe un incremento del 2,9% del PIL mondiale e del 17,9% delle esportazioni.
Per le economie più fragili il beneficio sarebbe ancora maggiore. La sfida dei prossimi anni non sarà, dunque, scegliere tra più o meno globalizzazione. Sarà decidere quale globalizzazione: una governata da regole condivise e cooperazione internazionale, oppure una frammentata in blocchi contrapposti e appesantita da sussidi e restrizioni. Il commercio mondiale prosegue nella sua crescita, ma il suo motore non è più soltanto l’efficienza economica. Sicurezza, tecnologie, intelligenza artificiale e competizione strategica ne stanno ridefinendo la direzione. Piuttosto che a una fine della globalizzazione, stiamo assistendo alla sua metamorfosi.
E il futuro del WTO dipenderà dalla capacità di adattare le regole del commercio internazionale a un mondo diventato più integrato, più multipolare e molto più complesso di quello in cui quelle regole furono concepite.





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